ponte san giorgio e devo

Genova: il viadotto di Renzo Piano e la teoria della de-evoluzione

La gente ha paura di quello che non riesce a capire: c’è chi ha paura dei migranti, chi della maionese sulla pizza, noi abbiamo paura delle motivazioni che hanno portato alla scelta del progetto di Renzo Piano per il nuovo ponte/viadotto sul Polcevera. Le motivazioni sono molteplici, alcune le trovate scritte nella relazione unica sulla procedura di aggiudicazione dell’appalto di costruzione del commissario per il Ponte di Genova, altre bisogna andarle a cercare altrove.

Alcune sono grottesche, altre verosimili, altre semplicemente false. È interessante andare a leggere le prime due motivazioni ufficiali, quelle apparse nella relazione unica per il Ponte di Genova. Partiamo dalla seconda.

Perché ha vinto il progetto di Piano: la seconda motivazione

La motivazione più discussa, esilarante e grottesca, vede la scelta del viadotto di Piano fatta “nel rispetto della sensazione di avversione psicologica maturata in città dopo il crollo del ponte Morandi nei confronti di altre tipologie di ponti con parti sospese o strallate”.

Se volessimo accettare questa motivazione (e la proposta sarebbe di non accettarla: è inaccettabile), non sorprenderebbe se, nella corsa alla soluzione della pandemia da Covid-19 che ha colpito il Pianeta, tra il vaccino Sputnik V di produzione sovietica e i promettenti vaccini Pfizer ed AstraZeneca sperimentati negli USA, vincesse la soluzione di Giuseppe da Trebbisacce che propone una quarantena permanente con sussidio statale garantito, nel rispetto della sensazione di avversione psicologica maturata in Italia dopo l’epidemia di marzo 2020 nei confronti degli ospedali e delle strutture sanitarie in genere.

ponte strallato rion antirion

Figura 1 – Ponte strallato Rion Antirion, Grecia. Massima campata 560 m (periodo di costruzione 1999-2004)

Non è chiaro come abbiano “misurato” questa avversione, tuttavia pensiamo non serva alcun sondaggio per comprendere che l’avversione dei genovesi, dei bolognesi, dei palermitani, dei romani, degli aquilani, dei fiorentini, dei torinesi, dei milanesi, dei materani, dei cagliaritani, dei triestini e di tutti gli italiani sia verso le cose mal tenute, verso l’incuria, il lassismo, l’immobilità. Non ci sembra di percepire nel Paese alcuna avversione nei confronti di elementi in acciaio super-efficienti che lavorano per sola trazione.

«Chi ha rotto l’incanto? Qualcuno deve averlo rotto, a giudicare dalla cronaca dei giornali. (…) Che i serpenti e i pipistrelli fossero amici dell’uomo prima che qualcuno rompesse l’incanto? Si fanno ipotesi astruse. Non esisteva la paura, dicono. La paura del buio, dell’acqua, degli altri uomini. Ormai che l’incanto è stato rotto tutto può essere pericoloso, anche un buco di pochi centimetri.»

Luigi Malerba, Il Serpente (1966)

Ma andiamo a scoprire la prima motivazione, che è il vero fulcro del nostro discorso.

La prima motivazione, fulcro del discorso

La seconda motivazione che andiamo ad analizzare, che è la prima nell’ordine definito dalla commissione giudicatrice, quindi la più importante, recita così:

  • proposta ispirata all’idea dell’Architetto Renzo Piano

Ci vuole un po’ a realizzare il significato di quello che si legge. Magari si può credere di essere finiti su un documento falso, uno scherzo, o semplicemente che sia un refuso. Oppure si può pensare di non aver compreso bene la sintassi, del resto l’italiano è una lingua complessa. No, è proprio così: la giuria ha giudicato il fatto che il progetto fosse di Renzo Piano una motivazione valida in sé. Ed è stata giudicata una motivazione così valida, che è stata inserita dalla commissione come prima motivazione.

Allora potremmo immaginare di sdoganare questa fantastica trovata oltre i confini nazionali, oltre oceano, negli USA. Ed eccoci alla notte degli Oscar, con l’attesissimo momento di premiazione del miglior film, quello de «and the winner is..», che però non è più un attesissimo momento, perché si sa già tutto prima e cioè che «il premio per il miglior film va al film di Scorsese perché è un film di Scorsese».

Ma torniamo nella piccola Italia e a Renzo Piano.

Chi è Renzo Piano

Renzo Piano è l’architetto del Beaubourg (il celeberrimo Centre Pompidou!), del Menil Collection e di tante altre pietre miliari dell’architettura del XX secolo. Davvero Renzo Piano ha fatto il Beaubourg, il Menil Collection e tante altre pietre miliari dell’architettura del XX secolo? E può essere eventualmente questa, da sola, una ragione valida per affidargli il progetto del nuovo ponte di Genova?

Richard Rogers al Centre Pompidou

Figura 2 – Richard Rogers davanti al Centre Pompidou, Parigi

Ci vuole una spiegazione

Per provare a trovare un senso alla seconda motivazione, che è poi la prima per la commissione giudicatrice, bisogna tornare in una facoltà di Ingegneria, nei primi anni 2000, quando i libretti erano cartacei e ogni esame veniva registrato a penna. Era consuetudine da parte dei professori, prima di assegnare il voto d’esame, chiedere il libretto, sfogliarlo, leggerlo attentamente, alzare gli occhi al cielo come per far due calcoli, tipo una media aritmetica, poi finalmente dire il voto.

Giudicare è senz’altro un compito difficile. Qualcuno è pagato per fare anche questo lavoro, ma spessissimo quel qualcuno sembra soffrire dell’effetto spettatore.

L’effetto spettatore

L’effetto spettatore è uno dei più comuni BIAS cognitivi ed è la tendenza, davanti ad un problema, ad assumere che sarà sicuramente qualcun altro ad occuparsene. Ad esempio davanti ad un incidente molti pensano «sicuramente qualcuno avrà già chiamato i soccorsi» e, secondo questo noto fenomeno di psicologia sociale, la probabilità d’intervento è inversamente correlata al numero degli spettatori. Tornando alle università di inizio millennio, molti professori, invece di concentrarsi e giudicare lo studente che avevano davanti, si basavano sui voti annotati sui libretti: «sicuramente i tanti colleghi che mi hanno preceduto lo avranno già giudicato nel migliore dei modi».

«È difficile difendersi dai numeri perché si incontrano ovunque. Allora tieni gli occhi aperti e quando ne vedi uno, piccolo o grande che sia, cerca di passare da un’altra parte, scappa se puoi, non conviene mai affrontarlo direttamente. Se sai dei numeri a memoria cerca di dimenticarli, avrai molto più spazio per i tuoi pensieri. I numeri, anche se pensati a lungo, non diventano mai pensieri.»

Luigi Malerba, Il Serpente (1966)

Così, per quanto riguarda la non-gara per il Polcevera, ecco che i nostri “giurati” non hanno fatto i giurati ma gli spettatori. L’effetto spettatore nel giudizio sulle cose in genere è, di per se, una pratica poco nobile. «Consiglio di vedere quel film, perché ha vinto l’Oscar, quel libro, perché ha vinto il premio Strega» oppure, peggio, «Voto quel partito, perché è al 30%». Demandare il giudizio diventa ancor meno nobile se lo spettatore si basa su presupposti che non ci sono più. A proposito di presupposti che vengono a mancare, prendiamo il caso di un personaggio celebre: Garri Kimovič Kasparov.

Garri Kimovič Kasparov

Kasparov è forse uno dei più famosi giocatori di scacchi di sempre. Campione incontrastato tra gli anni ’80 e i ’90. Vince un torneo dopo l’altro. Il primo titolo mondiale arriva a 22 anni, nel 1985. Attorno al 2003 inizia a perdere. Il 10 marzo 2005, a soli quarant’anni, annuncia ufficialmente il ritiro. Gli è forse successo qualcosa di grave? No, semplicemente dopo i 30/40 anni il cervello umano inizia a perdere circa 100.000 neuroni al giorno, circa l’1% ogni anno di quelli che la natura ci ha donato. Questo è uno dei motivi per cui i massimi rendimenti nelle discipline fortemente intellettuali avvengono in giovanissima età: Kasparov vinse il suo primo titolo mondiale a 22 anni, Einstein pubblicò la teoria della relatività ristretta a 26, quella generale a 36.

Questo non vuol certo dire che dopo i 40 anni si è da buttar via; soprattutto in discipline non totalmente intellettuali come il cinema, la politica o l’architettura, l’esperienza gioca un ruolo decisivo, spostando in avanti di qualche anno, o di qualche decennio, l’età del massimo rendimento. È importante ricordare però che quello che siamo oggi è molto diverso da quello che eravamo dieci anni fa e da quello che saremo tra vent’ anni. Così, il Renzo Piano del 2018 ha poco a che vedere con il Renzo Piano del 1971, o del 1997 o del 2012. Può essere meglio o peggio, andrebbe valutato in base alle soluzioni che propone e questo non hanno di certo fatto i giurati, scegliendo la proposta di Piano in quanto “idea dell’Architetto Renzo Piano“.

Il motivo per il quale i “giurati” hanno avuto questo atteggiamento non è giustificabile, ma è spiegabile. Per spiegarlo dobbiamo tornare nel 1951 e scomodare un Albert Einstein settantaduenne, già molto famoso ma che sta per diventare una vera Star.

La più grande opera di Albert Einstein

“Nessuno sapeva che il genio della Teoria della Relatività fosse destinato alla grandezza”, inizia così la messa in scena di un finto trailer, nella seconda puntata di W/Bob&David, serie comica televisiva americana in onda su Netflix. Il presunto film parla quindi della vera grande opera di Albert Einstein, quella che gli avrebbe dato la grandezza: il suo poster, quello della linguaccia.

bob and david trailer einstein

Figura 3 – Bob Odenkirk & David Cross in Poster of a Genius

Il poster di Einstein è effettivamente l’opera più conosciuta del fisico tedesco. Non è sua ovviamente, ma di un fotografo di nome Arthur Sasse, che fece di Einstein una pop star universale, attraverso una grandiosa operazione di marketing forse involontaria. È nelle ragioni del marketing che sicuramente va ricercata la sopravvalutazione del singolo a scapito del collettivo, causa di tante sventure contemporanee.

Singolo VS Collettivo

Proprio nei mesi nei quali la linguaccia di Einstein faceva il giro del mondo, a Roma un allora semi-sconosciuto sceneggiatore provava a girare un po’ controvoglia il suo primo film, Lo Sceicco Bianco. Parliamo di Federico Fellini. «Ah», potrebbe dire un nostalgico amante del cinema italiano «Fellini è Fellini». E invece no: Fellini è Fellini-Flaiano-Pinelli-Mastroianni-Rizzoli, ma soprattutto Nino Rota. Togliendo Nino Rota, Fellini scompare. Eppure il marchio Fellini non tiene affatto conto di queste personalità fondamentali e se anche lo facesse non sarebbe abbastanza, perché non è trascurabile neppure l’ambiente culturale e sociale dove il marchio Fellini è nato: l’Italia del dopoguerra.

Nino Rota compositore

Figura 4 – Nino Rota

Diverse ragioni hanno portato all’esaltazione del singolo sulla collettività. È un tema di cui si parlava animatamente già più di un secolo fa, nell’accesa questione dietro la Teoria del Grande Uomo. Ma cerchiamo di arrivare al punto e torniamo alla domanda se Renzo Piano ha fatto o no il Beauborg. La risposta è che il Beauborg è opera di Piano-Rogers-Franchini-Rice-Pompidou-La Francia del 1971 e di tanti altri. È importante ricordare inoltre che nella Francia del 1971 vennero scelti per la realizzazione del Centre Pompidou progettisti poco più che trentenni e alle loro prime esperienze. Nella Francia del 1971 al centro del dibattito c’era un progetto, non una firma.

Arrivati fin qui, si potrebbe credere che questo sia un articolo contro Renzo Piano. Ma non lo è. Quello che vorremmo rimarcare è semplicemente la necessità di abbandonare la santificazione delle singole persone, che cambiano, e non necessariamente in meglio, sostituendola, se proprio si sente questa esigenza di beatificazione, con la santificazione delle opere. Per tentare di spiegare questa tesi, e contemporaneamente manifestarvi la nostra più sincera buona fede, ci accingiamo ad immolare uno dei nostri gruppi musicali di riferimento: i Radiohead.

I Radiohead, immolati alla causa

In questi giorni si celebrano i 20 anni di Kid A, uscito nell’ottobre del 2000. Un’opera rock sublime e, per chi scrive, la più straordinaria opera tout court del nuovo millennio. A valle di questa santificazione di Kid A, però, è necessario forse aggiungere qualcosa. Si è parlato molto di questo capolavoro come dell’opera di menti geniali (Thom Yorke e i Radiohead), che hanno previsto e anticipato il futuro della musica. Questa affermazione può anche essere vera, ma solo nella misura in cui è vero che un brano come Idioteque, forse la punta di diamante di Kid A, è solo in parte opera dei Radiohead. I quattro accordi che accompagnano il pezzo dall’inizio alla fine, i quattro straordinari accordi che molti per molto tempo hanno creduto essere opera della mente geniale di Jonny Greenwood, sono invece un campionamento di una piccolissima parte di un brano di Paul Lansky, Mild und Leise (min. 0.43). Più in generale basta ascoltare qualche pezzo a caso di Aphex Twin della fine degli anni ’90, per capire che i Radiohead sono solo l’ultimo anello nella catena di realizzazione di Kid A, che è un’opera grandiosa realizzata a mille mani.

aphex twin

Figura 5 – Richard D. James (Aphex Twin)

I Radiohead del 1999 si sono trovati nel posto giusto al momento giusto e certamente in uno stato di grazia, come si legge in questi casi nelle riviste musicali. I Radiohead di oggi sono ben lontani dal produrre qualcosa di anche solo paragonabile alle opere grandiose da loro concepite nei primi anni 2000. Tuttavia ancora oggi si sente qualcuno che sta mettendo da parte tempo e soldi per andare a sentire Thom Yorke, magari in qualche capitale europea. Si potrebbe consigliare: «Perché non vai a sentire i Pop-X, che vengono a suonare dietro casa tua e con 25 euro, oltre al biglietto, ci esce anche una birra e un panino…». Ma niente, l’attaccamento al passato governa enormemente il mercato degli eventi musicali, oltre alle scelte strategiche della nostra cosiddetta classe dirigente, come nel caso di quer pasticciaccio brutto del Ponte di Genova.

Quer pasticciaccio brutto del Ponte di Genova

Cosa ci saremmo potuti aspettare dal ponte di Piano, dopo aver visto il plastico nel palazzo della Regione? Non molto. La classe dirigente, la quale doveva decidere come procedere, nell’incapacità di giudicare il progetto ha puntato tutto sulla firma: Renzo Piano. Dicono non ci fosse tempo per giudicare le idee, il tempo era poco e c’erano stati 43 morti. Ecco, i morti. I morti che avrebbero suggerito 43 lampioni, in loro memoria, poi diventati 21, i lampioni, in loro dimenticanza. In pratica l’unica idea, seppur vecchia e gommosa, del memoriale si è rivelata impraticabile ed è stata abbandonata.

Qui un appunto sul sistema mediatico: il racconto dei 43 lampioni è stato pubblicizzato allo sfinimento. E quanto è stato pubblicizzato il suo abbandono? Non era possibile abbandonare il racconto del memoriale, il ponte sarebbe crollato di nuovo. Del resto tutte le opere scadenti, essendo prive di tensioni interne, hanno un disperato bisogno di elementi patetici per stare in piedi: un romanzo scadente ha bisogno di una struggente e contrastata storia d’amore, o di un malato terminale con una fortissima voglia di vivere, così come una trasmissione televisiva da due soldi, della presenza di giurati che si commuovano di continuo. Il viadotto di Piano aveva un bisogno disperato di quei 43 lampioni. Sappiate che quei 43 lampioni non sono stati realizzati.

18 lampioni ponte san giorgio

Figura 6 – I 21 lampioni del ponte San Giorgio (dal sito pergenova.com)

Queste sono le due contorte motivazioni della commissione, basate su paura e passato. Per il coraggio e il futuro andrà meglio la prossima volta, ci auguriamo.

«Chi scagliò per primo la pietra della verità? (…) Lascia che gli altri si occupino della verità e di tutti i suoi addentellati, questo non è compito tuo. Tu devi occuparti della pietra e non è cosa da poco. Tieni presente che nessuno vorrà aiutarti, che molti cercheranno anzi di ostacolarti. Ti converrà lavorare in silenzio e in segreto perché solo così si portano a termine le grandi imprese. E non chiedere aiuto all’Architetto perché l’Architetto ha molto da fare.»

Luigi Malerba, Il Serpente (1966)

Ma ci sono altre motivazioni e teorie più dirette che possono spiegare l’accaduto; una di queste trae spunto dalla nota teoria de-evoluzionistica dei Devo, che potrebbe spiegare anche tante altre attuali questioni.

La de-evoluzione

I Devo sono una band della cosiddetta scena post-punk statunitense. Nel 1978 fecero uscire la cover di Satisfaction dei Rolling Stones, precisando che, siccome il mondo era evidente stesse andando al contrario, l’originale Satisfaction sarebbe stata proprio quella scritta nel 1978 dai Devo stessi, mentre sarebbero stati i Rolling Stones a farne la cover nel 1965.

we are devo

Figura 7 – Are we not men? We are Devo!

Ecco finalmente una spiegazione soddisfacente: il mondo potrebbe star andando alla rovescia! Non è infatti ammissibile, secondo una linea evoluzionistica credibile, che il viadotto di Piano, che sarebbe stato già vecchio nel 1967, possa essere successivo di 53 anni al Ponte di Morandi. Davvero stiamo andando all’indietro? Esiste forse un rimedio?

Il rimedio secondo Wallace

Una risposta la si può trovare dentro La scopa del Sistema di David Foster Wallace, nel capitolo quarto, quando un immaginario governatore dello stato dell’Ohio, durante una riunione dove si parla dello sviluppo economico e del benessere sociale che sono all’apice, sentenzia: «Ragazzi, lo Stato sta perdendo le palle. Sento puzza di spallamento. Finirà per diventare una specie di grosso centro commerciale. Troppo sviluppo. La gente si sta ammosciando. Hanno dimenticato che questo Stato è il frutto storico della lotta dell’uomo contro la natura avversa. Finita la lotta per la sopravvivenza è finita ogni tensione». Per poi proporre la soluzione: «Signori, ci serve un deserto». E allora potrebbe insinuarsi finalmente un pensiero di speranza in questo articolo così lamentoso.

better call saul

Figura 8 – Un deserto, Albuquerque

Un pensiero di speranza

Il pensiero di speranza che si affaccia all’orizzonte è che il Ponte San Giorgio possa essere il deserto di cui abbiamo bisogno, un luogo desolato, un «punto di riferimento primordiale per le buone genti» dell’Italia. «Qualcosa che ci rammenti contro cosa abbiamo lottato e vinto».

Studio Nikuraze

Articolo apparso sul
5° numero della rivista Tech.A, magazine ufficiale
di ASSO Ingegneri e Architetti dell’Emilia Romagna.

copertina rivista TechA

Share your thoughts